Riflessi sull'acqua


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Ciao, sono Lisa. La storia che vi racconto inizia su una panchina, in attesa di un autobus. Mi suscitava una strana sensazione ricominciare a prendere un mezzo pubblico dopo un anno in cui avevamo evitato ogni contatto per paura dei contagi, ma le cose stavano cambiando. Sono tornata nello stesso luogo due anni dopo e la panchina non c’è più: al suo posto c’è un semicerchio in pietra. Non c’è nulla che ricordi quel momento che a me e Félicie ha cambiato la vita e forse non solo a noi. E chissà... forse se l’autobus non fosse stato in ritardo non sarebbe accaduto nulla. Mentre penso a quel luogo risento le parole di Félicie, ho la sua immagine chiara e nitida nella mente con i suoi vestiti semplici, il suo viso a metà tra il malinconico e il gioioso, i suoi occhi verdi intensi con il poco trucco che ha sempre amato usare. Con il microfono in mano davanti alla piazza parla calma ma con una forza pazzesca: – Ormai nulla torna più indietro: cambiare o rinunciare; pochi all’inizio ci credevano, ma la vita riserva sorprese ed è l’emozione più grande: guardare avanti con il cuore pieno e colmo di speranza… Ho finito, grazie per avermi accolta e ascoltata! Se penso al nostro primo incontro non posso che sorridere: una ragazza come Félicie non avrebbe mai iniziato una conversazione in modo normale, con frasi come: “sai a che ora arriverà l’autobus?” oppure “dove stai andando di bello?” No, infatti mi guardò e quando incrociai il suo sguardo mi disse: – Tu te lo faresti un tatuaggio? Non lo so! Non mi aspettavo la domanda. Certo mi era capitato di pensarci, dove, come? Mi sarebbe piaciuto, mi avrebbe stufata? Ma la domanda era stata improvvisa e risposi solamente: – Come? Ma sì, avevo capito benissimo la domanda. Ma non capivo quale risposta dare. Non immaginavo cosa stava per avvenire ma ora non anticipo nulla; furono giorni intensi, tra noi accadde di tutto, e mi raccomando – Ricordatevi che io e Félicie ci vedevamo per la prima volta!

***

Mi chiamo Félicie. La storia, se la volete chiamare così, Lisa la vuole chiamare così, inizia mentre cammino per tornare al campeggio nella pineta e vedo seduta, con la schiena contro un pino, una ragazza che piange e singhiozza, tutta sola. La storia in verità inizia molto prima, quando, durante una gita liceale, sento dire ad una ragazza di un’altra sezione: – Io non ho più voglia di vivere – e si ripropone quando nella mia classe arriva una compagna che vive in comunità, non sapevo nulla di più su di lei... In quei momenti ho cominciato a maturare la mia idea, anzi è stato più che altro un sentire profondo, che nessuno si lascia mai solo. Non sono riuscita né a parlare con la fanciulla che disse non ho più voglia di vivere, né a fare amicizia con la mia compagna, che dopo due mesi ha cambiato scuola, però nel frattempo ho ascoltato tante persone e qualche volta qualcosa di buono sono riuscita a farlo, anche solo con un abbraccio o un messaggio alla sera (ops, beccata! Ma certo che possiedo un cellulare…). Quando vedo piangere mi sento in qualche modo chiamata, è come se qualcuno lassù facesse intersecare i nostri cammini e l’incontro non fosse casuale. Nonostante tutto ciò, quando ho visto quella ragazza piangere e singhiozzare tutta sola ho proseguito, sono tornata al campeggio, ho ritrovato le mie care amiche Chiara e Francesca, abbiamo preparato la cena e alla sera ci siamo fatte belle, vestite, un po’ di trucco, e via... tutta la notte per noi! Quanto sono belle le vacanze! Al mattino a correre sulla spiaggia, di giorno in costume a dormicchiare sotto il sole caldo e a fare giochi in acqua, alla sera eleganti per le vie del paese. E che amiche, Chiara e Francesca sono le persone più speciali che possano essere insieme a me...